Nicole Vojak Štoković
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Rubrica

Tre secondi di silenzio

In radio esiste un nome per il silenzio che dura troppo. Gli inglesi lo chiamano dead air, aria morta. Tre secondi senza voce, senza musica. Bastano perché l’ascoltatore pensi che qualcosa si sia rotto. Perché mi sudino le mani, il cuore cominci a battere più forte e gli occhi cerchino in preda al panico la causa. Playlist, mixer, tasti, tecnico.

Dov’è l’errore? Cosa ho premuto per sbaglio? È andata via la corrente?

Abbiamo imparato a temere quei secondi. A sorvegliarli. A riempirli di annunci ripetuti, jingle, previsioni del tempo. Eppure a volte proprio il silenzio direbbe più di tutto ciò che abbiamo preparato.

Quand’è stata l’ultima volta che ci siamo fermati?

Penso alle conversazioni su temi tutt’altro che semplici. A un’amica che per la prima volta dice ad alta voce che dopo il parto non si è riconosciuta. A un padre che descrive la sala d’attesa di un reparto di oncologia. Al momento in cui l’interlocutore pronuncia qualcosa che gli è costato tempo… vita… persone.

In quel momento non serve la domanda successiva. Servono tre secondi. Bisogna lasciare che la frase resti, che l’ascoltatore la senta fino in fondo, che anche lui taccia un po’.

Di recente ho parlato con una madre di come è diventata mamma. Ne aspettava uno, e ne sono arrivati due. Lo capiamo? Forse. Offriamo compassione o l’occasione di ritrovare noi stessi in quella storia? Molto probabilmente la seconda.

Viviamo in un tempo in cui non ascoltiamo. Aspettiamo il nostro turno per dire qualcosa. Il prima possibile. Il più in fretta possibile. Il più forte possibile.

Serve il silenzio. In un mondo che urla, che si spacca, che prende fuoco, che brilla di pubblicità e bei volti – scegli me!!! – non ci sono persone che si fermano a metterti una mano sulla spalla. Eppure siamo qui, uno accanto all’altro, faccia a faccia, più che mai e più vicini che mai.

«Ascolta…», mi ha detto la mia interlocutrice. E prima che continuasse la sua storia ho sentito un respiro, il nodo alla gola, un sospiro. Coraggioso, e così pesante che ne ho sentito il peso anche in grembo. Mentirei se dicessi di averlo portato insieme a lei per tutta la conversazione. Io ne ho portato solo una piccola parte.

E davanti a me la registrazione che scorre. Una voce che resta. E una sottile linea orizzontale dopo ogni ascolta.

Un respiro, il nodo alla gola, un sospiro. Esattamente tre secondi. I tre secondi necessari. Per lei, per me, per te (quando un giorno sentirai questa storia).

Allora niente si è fermato. Niente era morto. Era tutto lì. Quando inspiri e ti trascina in quella profondità, con il nodo scendi giù per la gola, dentro di te. Perché tu sia lì, perché tu senta, anche se non c’è suono. Ma l’eco è più forte che mai. Da lei, a me, a te, e da te ancora oltre.

Ascolta

. . .

o leggi. Ho messo qui tre puntini, uno per ogni secondo.

Lascia che quella storia passi, di chiunque sia la storia che stai ascoltando. Che tu la senta, che tu l’ascolti. Che tu sia lì. Aspetta.

Non il tuo turno. Non la domanda successiva. Servono tre secondi… di vita tra noi.

Aria morta, la chiamano. A me sembra la parte più viva della trasmissione.

Nicole Vojak Štoković, conduttrice radiofonica e giornalista dall’Istria, Croazia.